E’ stato il reparto di ostetricia-ginecologia - indicato dal popolo come quello della maternità - a presentare la prima crepa di pericolo nella vicenda della soppressione o del ridimensionamento dell’ospedale “Lastaria”. La storia del mancato budget delle nascite ( almeno 500 unità all’anno) ha incominciato a sparigliare le carte sul tavolo, perché rappresentava ( e rappresenta) davvero un dato in controtendenza rispetto all’effettiva, attuale “resa” del reparto. Bisogna francamente ammettere che dal 2000 - anno del pensionamento del primario Antonio Calvano - a questo reparto non è stata dedicata particolare attenzione, per cui progressivamente si è dissolto l’effetto carisma di cui indiscutibilmente riversata questo medico di formazione americana, che, tra l’altro, è uno dei fondatori del nosocomio, in un tempo in cui bisognava pedalare senza girarsi indietro per mandare avanti una struttura neonata, che portava in dote solo o quasi molta buona volontà e dedizione assoluta. Il numero delle nascite a Lucera é diminuito progressivamente anche a seguito della cessione dell’attività di dipendente e privata del dottor Calvano, che in città e sull’intero territorio servito dal nosocomio era un punto di riferimento per le partorienti. Venuto a mancare Calvano molta parte dell’attività di assistenza ginecologica si è spostata su esterni, che ovviamente fanno dirottare i propri assistiti negli ospedali dove lavorano.
Perciò, non è che a Lucera non nascono bambini, solo che vedono la luce in altri nosocomi dove possono essere assistiti direttamente dai medici-specialisti di fiducia. E’ chiaro che il reparto aveva bisogno di un traino che non disperdesse il patrimonio acquisito in precedenza, pur senza nulla togliere a coloro che hanno fatto del meglio per, come dire?, mantenere dritta la barra. L’altro campanello di allarme è stata la soppressione di oncologia nell’estate scorsa, decisione, poi, rientrata per la protesta incisiva soprattutto dei parenti degli ammalati di tumore. Naturalmente in questo discorso bisogna inserire giocoforza il ruolo che hanno i medici di famiglia, i quali sono spesso i primi ad indicare ospedali e specialisti e non sempre lo fanno tenendo conto delle potenzialità e professionalità dell’ospedale locale, che in alcune branche non ha nulla da invidiare. Ma, si sa, in molti casi il forestiero sempre il migliore, per cui tante volte si fanno anche in questo caso scelte per così dire alla moda o solo perché l’amica (l’amico) ha seguito un certo percorso sanitario o ospedaliero. Spesso la realtà ci mette davanti situazioni veramente precarie dal punto di vista assistenziale, ma tutto ciò viene superato da un limite di comprensione che in loco è sconosciuto.
Naturalmente questi comportamenti offrono il fianco ai responsabili della sanità pugliese, specie in questo periodo di magra finanziaria, ad alzare il livello di attenzione e sfrontare ciò che ritengono di superfluo dal punto di vista dei numeri. E a nulla serve affermare che in medicina non conta la quantità, bensì la qualità. Quello che vogliamo dire è che talvolta ci facciamo male da soli. E spesso è avvenuto per l’ospedale lucerino, che in molti casi è difeso più dai ricoverati di altri centri che da quelli del posto. Spesso chi scrive ha avuto modo di raccogliere testimonianze di foggiani che si sono fatti curare a Lucera, con piena soddisfazione, senza passare per quello provinciale di casa. Pur facendo fare i pendolari ai famigliari! Quando passiamo alle azioni di contrasto dovremmo tener conto di tutte queste considerazioni e diventare noi i primi difensori dell’ospedale. Prima ancora che quelli della sanità regionale!
a.d.m.


