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Le Voci del Potere e i Silenzi della Storia

Le Voci del Potere e i Silenzi della Storia

a cura del prof. Alfredo A. Padalino.

 

- Cinquant’anni fa moriva Luchino Visconti. Ci sono date che non si limitano a segnare una fine, ma sembrano riaprire, come una ferita sottile, il teatro delle immagini e delle voci che credevamo archiviate. La morte di Visconti, aristocratico della regia e anatomista impietoso della decadenza europea, coincide ogni volta con una sua discreta resurrezione: basta rivedere “Ludwig” per accorgersi che nulla, davvero, è passato.

 

Eppure, non è tanto la magnificenza visiva, né la sontuosa lentezza del racconto a sorprendere – quelle appartengono già al mito viscontiano – quanto un dettaglio apparentemente minore, quasi marginale: il doppiaggio. Una soglia invisibile, dove il corpo dell’attore si separa dalla sua voce, come se il cinema confessasse, con pudore, la propria natura più profonda: essere sempre, in fondo, una finzione stratificata.

 

La voce di Trevor Howard, nel ruolo di Richard Wagner, si rivela subito come quella di Renzo Montagnani. E qui si apre una vertigine. Montagnani, con il suo passato teatrale solido e il suo futuro popolare nelle commedie di consumo – accanto a figure come Lino Banfi, Alvaro Vitali, Edwige Fenech – presta il timbro a Wagner, cioè all’emblema stesso della titanica ambizione artistica ottocentesca. Due Italie si sovrappongono: quella alta, colta, wagneriana, e quella popolare, carnale, quasi triviale. Non c’è contraddizione, ma una segreta continuità. Come se la storia culturale non fosse che una lunga catena di travestimenti.

 

E ancora: il volto di Helmut Berger, incarnazione fragile e narcotica di Ludwig II, è attraversato dalla voce di Giancarlo Giannini. Anche qui, un cortocircuito: Berger, icona viscontiana per eccellenza, si sdoppia, si affida a un altro corpo sonoro. Il re diventa eco di sé stesso, come se la sua identità fosse già, irrimediabilmente, una costruzione.

 

In questo gioco di voci e corpi, il cinema rivela una verità più ampia: il potere stesso è un doppiaggio. Non esiste mai in forma pura, ma sempre mediato, rappresentato, recitato. Il Ludwig viscontiano lo sa, e lo confessa in una battuta che suona come un epitaffio dell’Europa dinastica: “Facciamo tutto in famiglia: le guerre, i matrimoni, i figli... Siamo incestuosi e fratricidi”.

 

Non è solo una frase storica. È una diagnosi. Il mondo che Visconti mette in scena – quello dell’Ottocento mitteleuropeo, già inclinato verso il tramonto – è un universo chiuso, autoreferenziale, dove il sangue si ripiega su sé stesso e la storia diventa una questione domestica, quasi privata. Le guerre, come i matrimoni, sono affari di parentela; la politica, una forma degenerata di genealogia.

 

Il riferimento al conflitto austro-prussiano del 1866 non è casuale: quella guerra segna la fine di un equilibrio e l’inizio di una nuova grammatica del potere, più moderna, più impersonale, ma non meno spietata. E Ludwig, re sognatore e anacronistico, appare già come un relitto: un uomo che tenta di sottrarsi alla storia rifugiandosi nell’arte, nella musica di Wagner, nei castelli irreali che punteggiano la Baviera come sogni pietrificati.

 

Ma è proprio qui che Visconti, con la sua consueta lucidità aristocratica, compie il gesto più radicale: mostra che non esiste fuga possibile. Nemmeno l’arte salva davvero. Anche Wagner – filtrato, doppiato, quasi tradotto da una voce inattesa – diventa parte di quel grande teatro dell’illusione.

 

E allora il doppiaggio, da semplice curiosità tecnica, si trasforma in metafora. Tutti siamo, in qualche misura, doppiati: la nostra voce non coincide mai del tutto con il nostro volto, la nostra identità è sempre un montaggio, un compromesso, una recita più o meno consapevole.

 

Incredibili misteri di celluloide, si potrebbe dire. Ma forse non sono poi così misteriosi. Il cinema, come la storia, non fa che restituirci ciò che siamo: creature che parlano con parole non del tutto proprie, attori di un copione scritto altrove, sovrani di un regno che esiste solo finché qualcuno continua a crederci.

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Luceranet.it, un nuovo sito ed un nuovo quotidiano per la città di Lucera, ma il cui sguardo andrà anche al di là della Capitanata. Cronaca Politica Sport e Curiosità, questi sono alcuni degli ingredienti della nuova testata giornalistica. Qualcuno potrebbe obbiettare che per una realtà come Lucera, i quotidiani on line siano troppi. Mi permetto di non essere d'accordo, in quanto più voci raccontano la realtà, più possono essere divulgati i pareri e le opinioni della gente, dopotutto la democrazia è sopratutto questo. La nostra testata, infatti, è libera e dà libero accesso a chiunque voglia collaborare ed esprimere il proprio pensiero, sottolineo che comunque il rapporto è libero e gratuito. Ringrazio sin da ora chiunque potrà dare la sua la fattiva collaborazione. Dopo essere stato uno degli editori, di Sunday Radio ed una delle sue voci più famose per tantissimi anni, mi appresto ora ad affrontare una nuova avventura, questa volta nel web e spero che questa sia foriera di successi e nuove soddisfazioni. Le premesse e l'entusiasmo ci sono, a voi lettori il giudizio finale.

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