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Pasolini e D’Annunzio: Intellettuali come Mito e Coscienza

Pasolini e D’Annunzio: Intellettuali come Mito e Coscienza

a cura del prof. Alfredo A. Padalino.

 

Se dovessimo percorrere i decenni del Novecento italiano come se fossero un vasto teatro a più atti, potremmo scorgere due figure che emergono con una teatralità quasi insostenibile: da un lato Gabriele D’Annunzio, che trasforma la politica in rito e la parola in gesto eroico, dall’altro Pier Paolo Pasolini, che trasforma l’arte in denuncia e la vita stessa in tribunale pubblico, irriducibile alla semplice estetica. Mettere a confronto questi due nomi non è soltanto un gioco di accostamenti temporali, ma un’operazione di osservazione sul modo in cui la cultura italiana concepisce l’intellettuale, non più solo pensatore o scrittore, ma figura totalizzante, che diventa voce, presenza, mito.

 

D’Annunzio, poeta e romanziere, militare e politico, sembra incarnare l’idea che la vita possa essere plasmata come un’opera d’arte totale: l’impresa di Fiume, con le sue scenografie, i discorsi solenni, le liturgie collettive, non è soltanto un gesto politico, ma un rito estetico, in cui il confine tra realtà e spettacolo si dissolve. L’eroe, la nazione, il gesto militare, la parola pubblica: tutto è misurato, calibrato, esibito come in un palcoscenico destinato a stupire e sedurre. La politica è spettacolo, la parola seduzione, il gesto incarnazione del mito. È l’estetizzazione della politica, che Benjamin avrebbe osservato con sospetto come cifra dei regimi moderni: la bellezza, l’eroismo, la teatralità al servizio della potenza.

 

Pasolini, al contrario, percorre una strada opposta, eppure altrettanto radicale. Ogni suo romanzo, ogni film, ogni intervento giornalistico è animato dalla stessa urgenza morale: comprendere, denunciare, scuotere. Nei romanzi “Ragazzi di vita” e “Una vita violenta”, nei film come “Accattone”, “Il Vangelo secondo Matteo”, “Mamma Roma” e “Salò”, negli “Scritti corsari”  e nelle “Lettere luterane”, Pasolini trasforma l’estetica in arma di coscienza, costruendo forme che non seducono per piacere ma per colpire, per rendere visibile ciò che la società vorrebbe occultare, per illuminare le marginalità, le violenze simboliche, le ingiustizie che la modernità produce con la fredda routine di un meccanismo inesorabile. La sua è una politica fatta di poesia, cinema, pensiero: la sua estetica non è decorazione, ma strumento di verità.

 

Eppure, nel vedere questi due autori come figure pubbliche, emergono somiglianze sorprendenti. Entrambi incarnano l’idea dell’intellettuale totale, figura che non si limita al discorso scritto o parlato, ma vive la propria presenza come messaggio, trasforma la propria esistenza in segno, il corpo in simbolo, la parola in gesto storico. D’Annunzio si mostra come regista di sé stesso, mito vivente e profeta dell’eroismo; Pasolini, con la sua vita spesso esposta, con la scelta di ambienti marginali e la polemica incessante, diventa voce profetica, scandalo pubblico, specchio impietoso della società.

 

Tuttavia, qui la somiglianza si ferma: la direzione del gesto è diametralmente opposta. D’Annunzio esalta, seduce, glorifica; Pasolini denuncia, provoca, smaschera. L’uno mostra il rischio dell’estetizzazione della politica, l’altro indica la necessità di politicizzare l’estetica. L’uno è mito che incanta e guida; l’altro è coscienza che scuote e interroga.

 

Se dobbiamo, allora, accostare Pasolini a D’Annunzio, dobbiamo farlo non in termini di ideologia o di intenzione politica, ma di funzione drammaturgica: entrambi fanno della propria esistenza un palcoscenico, entrambi sanno che la parola è gesto, che il pubblico osserva non solo ciò che si dice ma come si incarna. E tuttavia, se D’Annunzio dirige l’attenzione verso l’esaltazione del potere, Pasolini la orienta verso la coscienza critica, verso l’urgenza morale, verso la denuncia dell’omologazione e dell’ingiustizia.

 

Pasolini, dunque, non è un D’Annunzio di sinistra, ma può essere visto come un D’Annunzio capovolto: stessa capacità di creare mito, stesso coraggio nell’esposizione pubblica, stesso utilizzo del gesto intellettuale come atto performativo, ma con finalità opposte, con un’etica dell’arte e della parola radicalmente diversa. In questo specchio invertito, la storia italiana trova due figure emblematiche: l’una che mostra il fascino e il pericolo della fusione tra estetica e politica, l’altra che mostra la necessità di rendere l’estetica strumento di coscienza civile, di verità morale, di impegno irriducibile.

 

E forse, in questa doppia lezione, si cela il senso più profondo dell’intellettuale: non chi comanda o chi incanta, ma chi trasforma il mondo con la parola e la presenza, chi riesce a fare della propria vita e del proprio gesto un richiamo incessante alla storia e alla coscienza di chi lo osserva.

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Luceranet.it, un nuovo sito ed un nuovo quotidiano per la città di Lucera, ma il cui sguardo andrà anche al di là della Capitanata. Cronaca Politica Sport e Curiosità, questi sono alcuni degli ingredienti della nuova testata giornalistica. Qualcuno potrebbe obbiettare che per una realtà come Lucera, i quotidiani on line siano troppi. Mi permetto di non essere d'accordo, in quanto più voci raccontano la realtà, più possono essere divulgati i pareri e le opinioni della gente, dopotutto la democrazia è sopratutto questo. La nostra testata, infatti, è libera e dà libero accesso a chiunque voglia collaborare ed esprimere il proprio pensiero, sottolineo che comunque il rapporto è libero e gratuito. Ringrazio sin da ora chiunque potrà dare la sua la fattiva collaborazione. Dopo essere stato uno degli editori, di Sunday Radio ed una delle sue voci più famose per tantissimi anni, mi appresto ora ad affrontare una nuova avventura, questa volta nel web e spero che questa sia foriera di successi e nuove soddisfazioni. Le premesse e l'entusiasmo ci sono, a voi lettori il giudizio finale.

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