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Tra il Sepolcro e la Ricotta

Tra il Sepolcro e la Ricotta a cura del prof. Alfredo A. Padalino.

 

Vi sono testi che, separati da secoli e da civiltà, sembrano parlarsi in una lingua segreta, come se la storia non fosse una linea retta ma un’eco che ritorna. Così accade fra il "Satyricon" di Petronio, alcune novelle del "Decameron" di Giovanni Boccaccio, e quell’episodio scandaloso e dolente che è "La ricotta" di Pier Paolo Pasolini. Non un’influenza diretta, naturalmente, ma una costellazione: il medesimo nodo antropologico — la distanza fra la virtù proclamata e il corpo che reclama.

Nella "Matrona di Efeso", Petronio compie un gesto di chirurgia morale. Una vedova esemplare, celebrata come paradigma di fedeltà coniugale, si rinchiude nel sepolcro del marito per piangerlo fino alla morte. Il lutto diventa spettacolo, la virtù monumento. E tuttavia basta l’irrompere di un soldato, basta un pasto condiviso nella penombra della tomba, perché il sepolcro si trasformi in alcova. Non è soltanto una beffa erotica: è la dimostrazione che la morale, quando si irrigidisce in posa marmorea, si spezza al primo contatto con la fame e con il desiderio. La sostituzione del cadavere del marito con quello di un ladro pur di salvare l’amante non è solo un colpo di scena; è un’allegoria feroce. Il morto può essere intercambiabile; la vita no.

Boccaccio, secoli dopo, non ride con la stessa crudeltà. Nel "Decameron" la fedeltà coniugale, la castità, l’onore sono ancora parole altisonanti, ma attraversate da una corrente più calda, più terrestre. Le donne accusate d’adulterio si difendono con l’arguzia; i mariti gelosi diventano figure comiche; la legge, quando è in contrasto con la natura, appare sproporzionata, quasi ingenua. Se Petronio smaschera, Boccaccio riequilibra. L’eros non è scandalo ma energia cosmica, forza che ricuce la frattura fra individuo e mondo. La morale non viene distrutta: viene relativizzata, riportata alla misura dell’umano. E l’umano, per Boccaccio, non è un’astrazione teologica ma un impasto di ingegno e carne.

Con Pasolini, la scena si oscura. "La ricotta" non parla di fedeltà coniugale, ma di sacro e di fame. Stracci, comparsa miserabile in una rappresentazione cinematografica della Passione, muore d’indigestione dopo aver divorato la ricotta che non aveva potuto mangiare prima. Attorno a lui si consuma la rappresentazione estetizzante del Cristo; dentro di lui, la fame accumulata di una vita intera. Qui l’ipocrisia non è privata ma collettiva. Non è la vedova a tradire il marito; è la società a tradire il povero, mentre inscena il sacro in technicolor. Il corpo di Stracci, gonfio di cibo e di abbandono, diventa il controcanto tragico di ogni retorica spirituale. Muore non per peccato, ma per necessità. E nella sua morte c’è più verità che in tutta la scenografia della crocifissione.

Che cosa lega, allora, il sepolcro di Efeso, le camere da letto fiorentine e il set pasoliniano? Una medesima intuizione: la virtù assolutizzata è fragile, perché ignora il dato elementare della condizione umana. Fame ed eros non sono deviazioni, ma strutture portanti. Quando la cultura le rimuove, esse ritornano in forma di scandalo, di riso o di tragedia.

Petronio osserva con lo scetticismo elegante di un aristocratico disincantato: l’eroismo morale è una scenografia che il desiderio può smontare in una notte. Boccaccio sorride con indulgenza laica: la natura non è nemica della civiltà, purché la civiltà non pretenda di negarla. Pasolini, infine, accusa: l’estetica senza giustizia è sacrilegio, perché celebra simbolicamente ciò che materialmente abbandona.

In tutti e tre i casi, il corpo è il grande rivelatore. Non argomenta, non scrive trattati, non si appella a codici: soffre, desidera, reclama. E nel suo silenzio biologico smonta le costruzioni ideologiche più sofisticate. La Matrona di Efeso, le donne del Decameron, Stracci: figure diversissime, eppure unite da una medesima funzione narrativa. Sono la crepa nel marmo della morale.

Forse la letteratura — e il cinema quando ne raccoglie l’eredità — nasce proprio lì: in quella crepa. Dove la legge si incrina e l’umano, finalmente, respira.

 

 

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