'Memoria Viva' contro le mafie con Montinaro e Mormile
La DS Flagella: «Questi incontri sono espressione del senso più autentico della scuola: uno spazio vivo di coscienza, responsabilità e scelta»
- Grandi emozioni all’ITET “Vittorio Emanuele III” di Lucera, che giovedì 22 gennaio 2026 ha accolto un laboratorio di cittadinanza attiva, ospitando due testimoni d’eccezione: Brizio Montinaro e Stefano Mormile, fratelli rispettivamente di Antonio, ucciso nella strage di Capaci il 23 maggio 1992, e di Umberto, educatore carcerario assassinato l’11 aprile 1990 e prima vittima rivendicata dalla sigla della Falange Armata.
L’attesissimo evento è stato organizzato in occasione dell’Assemblea d’Istituto del mese corrente dagli studenti rappresentanti dell’ITET Antonio Montepeloso, Antonio Marino, Danilo Mentana e Andrea Melillo, con la collaborazione di Marcello Testa. Si è trattato di un incontro interamente dedicato ai temi della legalità, della memoria e dell’attualità, durante il quale, oltre alla commemorazione, si è sviluppata un’analisi attenta e profonda del legame tra le stragi del passato e le dinamiche del presente, inserite in un più ampio percorso di riflessione sulla violenza giovanile e sulle scelte responsabili.
I nomi di Antonio Montinaro e Umberto Mormile sono simboli indelebili della lotta alle mafie e, oggi, prendono voce attraverso i familiari che ne custodiscono la memoria, impegnati nella denuncia dei poteri criminali. Antonio, caposcorta del giudice Giovanni Falcone, perse la vita nella strage di Capaci il 23 maggio 1992. Suo fratello Brizio ha ricordato come Antonio, dopo aver conosciuto l’operato sinergico dei magistrati nel primo Maxiprocesso, scelse volontariamente di tornare a Palermo per continuare a proteggere Falcone. Umberto Mormile, educatore carcerario, fu assassinato l’11 aprile 1990 dalla ’ndrangheta mentre si recava al lavoro presso il carcere di Opera. Stefano Mormile ha svelato i retroscena inquietanti di quell’omicidio: Umberto aveva scoperto infiltrazioni illegali di agenti dei servizi segreti che incontravano boss mafiosi in carcere per stringere accordi criminali.
Durante l’incontro, i relatori hanno spronato gli studenti a ricercare la verità storica, che spesso va oltre quella processuale. Mentre Mormile ha illustrato come la sigla “Falange Armata” – comparsa per la prima volta proprio per rivendicare l’omicidio di suo fratello – abbia rappresentato il filo conduttore di una stagione di terrore durata fino al 1994, finalizzata a un piano eversivo volto a destabilizzare il Paese e a modificare gli assetti di potere, Montinaro ha sottolineato una grave lacuna nei programmi scolastici di Storia, che spesso si fermano alla Seconda Guerra Mondiale, lasciando i giovani privi degli strumenti necessari per comprendere eventi cruciali come la strategia della tensione o le influenze geopolitiche del dopoguerra.
Da questo confronto è emersa una riflessione particolarmente intensa sulla realtà locale: è stato ricordato come la criminalità organizzata nel Foggiano sia tra le più violente e come il sistema mafioso risulti spesso profondamente intrecciato al tessuto economico quotidiano.
L’invito rivolto ai giovani è stato dunque quello di non considerare la criminalità organizzata come un problema lontano, ma di contrastarla attraverso la cura delle “piccole cose”, a partire dalla lotta a fenomeni come il bullismo all’interno delle scuole.
«Vale sempre la pena combattere per i propri ideali e per la giustizia», ha ribadito Stefano Mormile, sottolineando come, nonostante i tentativi di delegittimazione subiti dalle vittime, la verità resti l’unico fondamento per il futuro di una nazione realmente consapevole.
«Incontri come questo – ha ribadito la Dirigente Scolastica, prof.ssa Laura Flagella – sono l’espressione del senso più autentico della scuola: non un luogo in cui si trasmettono soltanto saperi, ma uno spazio vivo di coscienza, responsabilità e scelta. Ascoltare le testimonianze di chi ha pagato il prezzo più alto per la legalità significa educare i nostri studenti al coraggio della verità, alla libertà del pensiero critico e alla consapevolezza che ogni gesto quotidiano può contribuire a costruire una società più giusta». «La memoria – ha chiosato Flagella – non è un esercizio del passato, ma un impegno verso il futuro. E di questo vogliamo esserne sempre più consapevoli».




