Quello della lavandaia era uno dei lavori più facili da esercitare per una donna in cerca di occupazione ed era ritenuto uno dei mestieri più umili. Il mestiere, infatti, non richiedeva alcun tirocinio, si conciliava con il lavoro domestico ed i clienti si riuscivano a trovare abbastanza facilmente. Veniva pagata a pezzo.Si trattava di casalinghe di una certa età, vedove o sposate a mariti senza lavoro, con un certo numero di figli . Strumento di lavoro erano i numerosi lavatoi pubblici o lungo i corsi dei fiumi, dove esse si raccoglievano in gran numero armate di ceste di panni e di sapone. Le lavandaie di mestiere erano robuste e dalle braccia muscolose, andavano a lavare , sciacquando e risciacquando. Questo mestiere era molto faticoso e doloroso per le mani, specie nei mesi freddi. La lavandaia lavava i panni dei signori che potevano permettersi di noleggiare la "lavatrice umana" . Andava prima per le famiglie a raccogliere i panni sporchi da lavare e poi si portava al lavatoio per iniziare la sua opera.Dopo aver finito di lavare, i panni venivano stesi sull'erba ad asciugare. I ferri del mestiere erano la cenere, l'acqua, à luscije e tanto "olio di gomito" per strofinare e sbattere sulle pietre i panni. Questo mestiere duro e faticoso, ora fortunatamente scomparso con l'avvento delle lavatrici, permetteva alle donne di sbarcare il lunario, aumentando il magro reddito delle campagne. Ma la lavandaia restava, almeno nell'immaginario collettivo, una persona felice che cantava, sola o in coro con le compagne, allegre filastrocche e canzoni mentre espletava al suo lavoro e senza considerare che spesso proprio tra di esse scoppiavano violenti liti dettate più dall’indigenza che dalla prepotenza.
Giuseppe AUFIERO



