Una delle prime scoperte che fai entrando in monastero è che quello può essere davvero il luogo in cui imparare la relazione, quella vera, con Dio, con te stessa e con gli altri, e questo avviene – paradossalmente – in un ambito dove il tempo, lo spazio, il tuo stesso corpo, le relazioni stesse, paiono quasi proiettati in una dimensione fuori del reale. Senza fughe. E non solo perché la clausura, gli spazi ristretti non te lo consentono, ma perché cogli, pian piano, quanto sia prezioso decidere di stare in questa dinamica di progressiva conoscenza di te stessa in rapporto ad un Altro e alle altre. L’ingresso al Carmelo, con l’esperienza reale della clausura, del silenzio della solitudine, della cella e nello stesso tempo di una intensa vita fraterna con i suoi ritmi e le sue esigenze, può non essere subito semplice. Pian piano ti accorgi che impari a pensarti “con”, a misurare e adeguare, equilibrare i ritmi con quelli di una comunità intera e di ogni singola sorella, che non hai scelto ma che un Altro ha posto accanto a te per aiutarti a scoprire il dono e la ricchezza di una diversità che sempre ti supera, ti trascende.
La tua storia cambia, o meglio inizia ad arricchirsi, a iscriversi e a scorrere in un’altra storia dove tante altre storie, tanti altri volti ti hanno preceduta e ove tutte insieme danno luogo, senza perdersi, a una stessa storia d’amore (R. Mancini). E passi dalla fase in cui non sai più chi sei – hai l’impressione di perdere la tua identità – alla consolante e stupefacente scoperta che proprio in questo alveo – che è la tua comunità – tu sei rigenerata come in un grembo e scopri la tua nuova identità, che passa dall’io al noi e si sente parte di un tutto molto più ampio. Tutto questo avviene attraversando la quotidianità monastica con i suoi ritmi di preghiera, lavoro, incontro fraterno nelle ricreazioni, in una vita gomito a gomito dove impari lentamente cosa vuol dire essere monaca/eremita abitando gli spazi della cella, della solitudine e del silenzio, e a vivere la vita fraterna nell’amicizia, che – secondo la felice intuizione di S.Teresa d’Avila – è la forma nuova e privilegiata con cui si declina nel Carmelo teresiano la relazione con Gesù e le sorelle. Scopri e impari l’umiltà di offrirti alla condivisione della vita dell’altra nella trama delle relazioni comunitarie, dei volti che ti provocano a uscire da te, in una lenta conversione quotidiana e nella sfida di stare davanti al volto dell’altra senza paura, imparando ad amarlo, a diventargli amica, secondo il Vangelo, a rompere la spirale di aggressività o egoismo che ti porti dentro e a far fiorire uno sguardo di tenerezza e misericordia. E la tua umanità viene trasformata, liberata, resa bella.
All’inizio del Cammino di perfezione, Teresa d’Avila pone queste condizioni indispensabili per vivere una vita di orazione: amore fraterno, distacco e umiltà. Amore fraterno vuol dire che io imparo a giocarmi la vita con queste sorelle perché “ mi dono con tutto il cuore a questa famiglia” (formula della professione religiosa). Perché soltanto in queste condizioni di perdita evangelica di te stessa puoi seguire Cristo così come intende Teresa. E come ogni piccolo e grande evento che accade nella nostra vita monastica, anche questo è una buona notizia comunicata al mondo, ad ogni fratello. Scopri che il travaglio che vivi per far nascere la creatura nuova che è in te, immettendo nei rapporti frammenti di amore, bene , tenerezza, pace, gratuità, giunge laddove non sai, dove non immagini, a cuori vicini e lontani che attendono e desiderano che anche i loro conflitti, i loro drammi, le loro fatiche, i loro perché siano risanati dall’Amore.


