Il Fiore del Deserto: l'Umanesimo disincanto di Leopardi
La terza pagina di LuceraNet.it. a cura del prof. Alfredo A. Padalino.
Nel grande teatro dell’Occidente, dove da secoli si consuma il dramma della disillusione, Leopardi torna in scena come un attore inattuale eppure imprescindibile, capace di riportare alla luce l’antico spartito materialistico di Lucrezio dopo aver attraversato, come tutta l’Europa moderna, il paesaggio teologico e metafisico del poema dantesco. È un gesto che somiglia a un ritorno alle origini, ma anche a un congedo: il poeta di Recanati si libera della corazza medievale della trascendenza e, nel farlo, restituisce alla condizione umana la sua nuda verità.
Eppure, nel far vibrare il canto del nichilismo, Leopardi non vi precipita come un monaco dell’assurdo; al contrario, lo attraversa con lucidità, trasformandolo in un terreno fertile su cui far germogliare un’etica della responsabilità condivisa. Egli coglie nella natura – quella stessa natura che Dante interpretava come teatro della giustizia divina – non un ordine provvidenziale, ma un meccanismo indifferente, un universo che non guarda agli uomini e non offre consolazione. È qui, in questo disincanto senza appello, che fiorisce la sua originalità.
Il parallelo con Schopenhauer, per quanto inevitabile, rivela più divergenze che affinità. Entrambi vedono nell’esistenza un tessuto di dolore e nel desiderio una corda tesa che vibra sempre fuori tono; ma mentre il filosofo tedesco invita alla rinuncia, all’ascesi privata, all’eleganza aristocratica della contemplazione, Leopardi compie un gesto opposto: rimane nel mondo. Non lo abbandona a favore di un altrove metafisico, né lo giudica un errore da correggere con la fuga dello spirito. Egli abbraccia la terra – la sola che abbiamo – e cerca in essa, fra le sue rovine, una possibilità di umanità.
"La ginestra", in questo senso, è molto più di una lirica: è un manifesto di sopravvivenza morale. Quel fiore umile, saldo sul pendio del Vesuvio, diventa la figura di un eroismo senza clamori, una resistenza dolce e tenace che non pretende di ingannare il destino, ma sceglie di non soccombere all’indifferenza del cosmo. In quel gesto apparentemente minuscolo – fiorire nonostante tutto – Leopardi costruisce una filosofia della solidarietà: siamo fragili, sì, ma proprio per questo chiamati a riconoscerci gli uni negli altri, a stringerci nel comune naufragio come compagni di sventura.
È questa la sua grande lezione moderna: la consapevolezza che la verità non salva, ma illumina; che la ragione non consola, ma avvicina; che l’uomo non trova riparo nella fuga individualistica, bensì nella fragile alleanza con i suoi simili. In un tempo come il nostro, segnato da fratture, fughe identitarie e desiderio di illusioni a buon mercato, la voce di Leopardi risuona più attuale di molte profezie contemporanee. Egli ci invita a una forma di speranza senza cielo, sorretta non da dogmi o ascetismi, ma da un’antica virtù civile: la solidarietà degli esposti, l’intelligenza del limite, la dignità del restare.
Così il poeta che molti hanno frettolosamente rubricato come cantore del pessimismo diventa, paradossalmente, il più umano fra gli umanisti moderni: non perché neghi il nulla, ma perché nel nulla intravede ancora un luogo in cui gli uomini possono incontrarsi, parlarsi, sostenersi. Una tenue ginestra, controvento, sul fianco del vulcano. Una metafora sufficiente a spiegare perché continuiamo, ostinati e vulnerabili, a cercare senso nella comune fragilità.


