Uno dei mestieri molto praticati erano quello “du veccjare”(venditore di tacchini) che veniva spesso associato all’allevamento dei polli e dei conigli. Proprio il tempo di Natale vedeva questo animale al centro delle cure, in quanto il contadino afferandolo e bloccandolo tra le ginocchia ,lo ingozzava con “i granidjene” (granturco) fino a che, ingrassasse al punto giusto per essere immolato a farcire con la sua imponenza le tavole dei commensali. Solitamente si chiedeva all’acquirente se voleva “u mascule du veccje” o “ a femmene chiamate a gallotte” in quanto la carne della femmina era più grassa. I ragazzi di quel tempo, attendevano con gioia e trepidazione questo momento perché “ka vòzz” essiccata si poteva fare “ a ciaramella”. I colori del piumaggio,la coda rotonda, la testa violacea e rossa , col suo penducolo e il classiso verso” glu..glu..”erano un richiamo straordinario per l’immaginario dei “monelli Chapliniani di strada”. Con le penne del tacchino quasi sempre si facevano i ventagli che si usavano per attizzare il fuoco “dì furnacelle”. I nostri nonni di questo animale mangiavano quasi tutto tralasciando solo le penne ,le ossa e le interiora. A Natale il menù riportava come piatto principe “ U brode de viccje” e non si disdegnava di esclamare” Ninnill’ ma quant’è saprite stu veccje di quest’anne, si sente che è nùstrane”.Oggi ai nostalgici “veccjare” si sono sostituiti le pollerie che vendono pezzi di tacchino già pronti in confezioni cellofanate.
Giuseppe Aufiero
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