Oggi parleremo di un mestiere che non viene più esercitato, finito in soffitta o solamente relegato ai ricordi di un tempo che fu. Il bucato, che oggi viene integralmente fatto con la lavatrice (in gergo.. a lavapanne), si faceva esclusivamente a mano. Come dalla foto si può evincere che erano necessari tre elementi,il primo il contenitore dell’acqua conosciuto meglio dai nostri nonni come “ù cofene”, il secondo “ à tavelelavà (tavola intagliata con denti) e terzo il cavalletto di legno che serviva all’appoggio della tavola dentata sul recipiente. Considerata la mole di lavoro e l’energia che doveva utilizzare la massaia per poter lavare e togliere le macchie (senza l’ausilio dei solventi o detersivi di oggi) dai vestiti,era naturale in quanto poco tempo la dentellatura lignea della tavola si consumasse. Nell’ottica dei costi dell’epoca e del riciclo, in netta contrapposizione dell’usa e getta attuale, si affidavano a dei valenti artigiani il rifacimento di questa dentellatura. Dai ricordi dei nostri nonni sappiamo che l’ultima bottega artigiana di “Tavelelavà” era ubicata sotto l’arco di porta Foggia. L’operazione di rifacimento della dentellatura lignea richiedeva una maestria non comune e l’utilizzo di vari scalpelli e seghe dentate per delineare i nuovi solchi. Come per ogni mestiere dell’epoca ,non s’arricchiva mai nessuno, in quanto questa prestazione riguardava il ceto più indigente dell’allora società. Le massaie quando portavamo le tavole quasi lisce, chiedevano sempre… aggiustamille bbune e famm sparagnà che teng tant fighjje. Al ritiro della tavola rifatta, si cercava solo per risparmiare qualche liretta, di lamentarsi con l’artigiano per la qualità del lavoro eseguito, senza sapere che quest’ultimo aveva già gonfiato il prezzo per far credere che concedeva uno sconticino.
Giuseppe Aufiero
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